Rivoluzione in Cina, addio al figlio unico e ai campi di rieducazione

Roma, 16 novembre- 1cinagiappone_gal_landscapeLe dure politiche cinesi, che hanno portato all’indignazione di tutto il mondo, ma soprattutto alla sofferenza di miliardi di cittadini, fra poco scompariranno. Diremo finalmente addio all’obbligo del figlio unico e ai campi di rieducazione attraverso il lavoro.

Il cambiamento dei due sistemi di legge è scritto nel lungo comunicato del terzo plenum del comitato centrale comunista, che era nato per aprire la Cina al mercato e invece adesso ha messo in luce un lato umano che mette in secondo piano qualsiasi altro.

Ricordiamo che la legge che obbligava ad avere un solo figlio fu introdotta negli anni settanta. Nel 1971 la Cina iniziò ad incentivare le famiglie a fare un solo figlio per contenere l’incremento demografico, poi nel 1980 si passò ad un vero e proprio obbligo, che ha portato a 336 milioni di aborti e 196 milioni di sterilizzazioni, sia maschile che femminile. Adesso Pechino ha annunciato che quei genitori che sono figli unici potranno avere due bambini. L’altra grande rivoluzione riguarda i campi di rieducazione attraverso il lavoro forzato, istituiti negli anni 50 da Mao Zedong, per punire i contro-rivoluzionari. Anche essi si sono poi trasformati in veri e propri campi di prigionia, in cui si veniva rinchiusi per piccoli furti o per prostituzione. In questi campi sono passati milioni di persone, ma non se ne ha un numero certo perchè era la polizia locale a decidere la prigionia, senza passare dai tribunali.  Anche in questo caso Pechino promette l’abolizione dei campi per proteggere i diritti umani, quei pochi che rimarranno richiederanno un processo prima di “accogliere” persone. Infine la Cina parla anche di pena di morte, promettendo mano a mano una forte riduzione dei crimini considerati mortali.

Tutte queste modifiche al momento non sono ancora attuate, ma è già un primo passo promettere di rivedere questi sistemi, ammettendo così che c’era un malfunzionamento. Sicuramente Pechino non aveva scelta per tranquillizzare la società civile cinese, sempre più cosciente dei proprio diritti e degli abusi commessi dal governo e dalle forze di polizia.

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