Messico 1986, Maradona e la mano che ha fatto la storia

Dopo il 1970, la Coppa torna in Messico. La scelta inizialmente era caduta sulla Colombia, ma l’impossibilità di portare avanti il progetto aveva fatto virare gli organizzatori vero il Paese centroamericano, reduce da un terribile terremoto il 19 settembre 1985 che aveva procurato enormi danni a Città del Messico (migliaia di morti, edifici distrutti, 300 mila senzatetto, un milione di persone senza lavoro) e da una grave crisi economica.

La formula della competizione cambia: prima fase con sei gironi di quattro squadre, qualificate le prime due di ogni raggruppamento e le quattro migliori terze; poi ottavi, quarti e semifinali a eliminazione diretta, con i calci di rigore in caso di parità dopo i supplementari. Favorita d’obbligo l’Italia, reduce dal trionfo dell’82 in Spagna, ma alle prese con un cambio generazionale e diversi problemi post-Mundial. Gli azzurri finiscono nel gruppo con Corea del Nord, Argentina e Bulgaria. Altra grande attesa è proprio l’Albiceleste, con il ct Bilardo in piena contestazione, accusato di trascurare lo spettacolo unicamente curandosi del risultato, ma con un Maradona pronto a fare grande la propria nazionale. Insieme a lui Bochini, Claudio Borghi, Valdano e molti altri. Il cammino dell’Argentina è ottimo, solo un pareggio con gli azzurri e due vittorie. Poi, mentre gli azzurri salutano tutti già agli ottavi contro la Francia di Platini, sono gli argentini a salire in cattedra. Vittoria di misura sull’Uruguay, poi è il Pibe de Oro a prendersi per mano la squadra e a trascinarla in una cavalcata straordinaria, che comincia il 22 giugno con la sfida all’Inghilterra.

Non è una sfida come le altre quella con gli inglesi. Il 2 aprile 1982 l’Argentina infatti aveva occupato le isole Falkland, dominio britannico, una delle ultime mosse di un regime militare ormai al collasso. Dopo un mese di trattative e l’ultimatum, è inevitabilmente guerra che, iniziata a maggio, si concluse il 13 giugno con gli inglesi che mandavano in pezzi una intera nazione con una sconfitta, seppur minima, ma dal grande valore simbolico. Un valore come lo aveva proprio quella partita all’Azteca. L’Inghilterra è forte, ma lascia l’iniziativa all’Argentina, perché lo spauracchio vero è Maradona. Una squadra poco spettacolare, metodica, si trasforma in un qualcosa di imprevedibile quando ha la palla lui. Il primo tempo finisce 0-0 senza sussulti o particolari emozioni, ma è nella ripresa che si fa la storia. Al 51′, Maradona prende palla, chiama un triangolo al limite dell’area, la difesa inglese alza un campanile sul quale Diego si avventa con una mano beffarda, quasi nascosta dietro la testa, ma con la quale riesce ad anticipare Shilton in uscita alta. Le proteste degli inglesi sono feroci, ma l’arbitro tunisino Bennaceur non sente ragioni e conferma la rete. Ma quello che è sicuramente un gesto altamente scorretto, è il simbolo di una rivincita di un’intera nazione in quel momento. Ma Maradona riesce nel miracolo di superarsi, perché dopo tanto ardire e “rubare”, arriva la perla che fa dimenticare tutto: nemmeno cinque minuti dopo, prende il pallone nella propria trequarti, scarta tre avversari, poi un quarto, anche il portiere Shilton e insacca per quella che è definita da tutti la rete più bella della storia del calcio. Inutile la rete di Lineker nel finale, l’Argentina vola e trova la strada spianata verso la finale. Ancora una doppietta di Maradona è decisiva in semifinale contro la sorpresa Belgio, poi in finale il 3-2 spettacolo contro la Germania: avanti con Brown e Valdano, gli argentini subiscono la rimonta firmata Rummenigge-Voeller, prima della rete decisiva a due minuti dal termine di Burruchaga. E’ il trionfo dell’Argentina, è l’apoteosi di Maradona.

La rete di mano

La rete più bella della storia

La finale con la Germania

 

Roma, 24 maggio

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