Kickboxing: Gabriele Casella, un campione ‘normale’


Un’altra impresa per Gabriele Casella. Il 30 aprile nella capitale battuto il campione Ekapop Sor Klinmee, uno dei maggiori combattenti al mondo di Muay Thai, soprannominato Hellboy. Non era semplice per il giovane Fighter, forte del suo recente oro mondiale di Belgrado, accettare di sfidare Ekapop a Roma per la conquista del titolo Amazing Thailand Fighting Spirit. Ma lui, sempre alla ricerca di nuove sfide, lo ha fatto. Dopo un minuto e 8 secondi dall’inizio, con un hi-kick sinistro al volto Casella ha messo al tappeto un mostro sacro. Ma quando lo speaker della serata ha cercato di intonare una “ola” nel tripudio della folla, Casella gli ha strappato il microfono dalle mani per ricordare a tutti che “va rispettato l’avversario battuto”, solo così si possono sconfiggere i pregiudizi esistenti nei confronti degli sport da combattimento.

E noi di Newsgo lo abbiamo intevistato il giovane romano, per conoscerlo meglio e capire un pò meglio la kickboxing.

Come ti sei avvicinato a questo sport?
Dai vari film di Van Damme, passione derivata dal cinema e per la passione in generale per gli sport di combattimento. Di sicuro è uno sport meno seguito dai media, ma sempre più gente lo pratica. Non iscritti alla Federazione, da poco diventata disciplina associata al Coni sono 300mila praticanti, di cui 15mila in questa federazione. Non sono bassi i numeri e sempre più aziende si rivolgono a noi come testimonial.

A che età hai cominciato?
A 15 anni, poi dopo diversi incontri ho conosciuto i maestri Paolo e Marzio Liberati, con cui sto continuando il mio percorso. Mi sono messo alla prova in varie discipline, perché il bello di questo sport è anche provare le varie discipline. C’è la K-1, quella che preferisco, che è karate, kung fu e kick boxing, ossia uno sport che è la sintesi di queste tre discipline; la low kick (senza ginocchiate); infine il full contact, che ha dato vita alla kick boxing, e deriva dal karate. Io combatto in tutte e tre e questo porta a diverse impostazioni del corpo, perché cambiano le regole.

Difficile conciliare sport e studio?
La fase liceale è stata complicata, perché combattevo già spesso. Per esempio in 5° liceo ho partecipato a gare in Thailandia, quindi è stato davvero molto complicato. Fino ad allora non avevo neanche mai detto quale sport praticavo.

Come mai?
E’ sempre difficile raccontare ciò che fai e soprattutto sdoganare sport come quelli di contatto, di combattimento, spazzare via i classici luoghi comuni del pugile, di quello che c’è dietro. Ovvio che la prima espressione che anche un insegnante quando riveli che fai pugilato o kick boxing non è positiva, quindi ho sempre evitato di dirlo. Poi le sempre più gare a cui ho preso parte mi hanno portato a dire la verità. Ma in generale comunque posso dire che è sempre bello essere impegnato su più fronti, sia quello scolastico che quello sportivo.
Il problema poi di questa disciplina è che esistono sigle importanti ma anche minori, quindi molta confusione. Ad esempio esistono palestre in cui si portano atleti a fare i mondiali ma partecipano solo atleti di quella palestra, con l’Italia rappresentata dalla bandiera con sopra il simbolo di quella palestra, cose davvero incredibili.

Un podio delle più grande emozioni?
Tanti davvero, anche se sono giovanissimo. Sicuramente il mondiale della WAKO, vincere un titolo è davvero qualcosa di grande. Per esempio nel 2005 nella mia stessa categoria, quello che ha vinto oggi combatte nei 77 e molto probabilmente lotterà per il titolo UFC, che praticamente è come l’NBA della MMA, il top del nostro sport. E’ un livello altissimo, che spero di raggiungere anche io. Qui in tanti Paesi si giocano ogni anno il titolo, dai russi a quelli delle ex repubbliche sovietiche, i turchi, che tra l’altro hanno un supporto dal governo importante di 2 milioni di euro ogni anno, per far capire quanto è importante questo sport in Turchia.

Mattarella, che messaggio hai lasciato?
Ho sperato di dargli forza per il suo mandato, combattere il malaffare e poi gli ho ricordato la frase di Falcone secondo cui lo Stato deve diventare un modello vincente per sconfiggere le mafie. Perché è l’augurio che intere generazioni si fanno e dobbiamo tutti combattere per questo.

Consigli?
Affidandosi ai giusti maestri si può crescere tanto, anche senza combattere realmente. Per me è uno sport per tutti, perché bisogna sdoganare il luogo comune che ci si fa male, anzi, si impara il controllo del proprio corpo e delle proprie emozioni, cosa che serve nella vita di tutti i giorni. Certo, c’è forte dedizione dietro la voglia di migliorare la tecnica, il controllo del proprio corpo. Aiuta a conoscere se stessi e i propri limiti, cosa che vediamo nel corso di tutta la nostra vita. Conoscere se stessi è il problema maggiore della nostra società e in questo sport devo dire che ho davvero trovato tanto. Il problema poi di questa disciplina è che esistono sigle importanti ma anche minori, quindi molta confusione. Ad esempio esistono palestre in cui si portano atleti a fare i mondiali ma partecipano solo atleti di quella palestra, con l’Italia rappresentata dalla bandiera con sopra il simbolo di quella palestra, cose davvero incredibili.

Tifoso?
A 12 anni giocai a calcetto, ma non era uno sport per me, sono simpatizzante della Lazio, ma non tifo realmente. Mi piace la Premier, il Leicester di Ranieri, ma poi quando si va a sviscerare particolari che non c’entrano nulla con questo sport lo trovo inutile e fa perdere l’essenza di quello che è. E’ un circolo vizioso, se ne parlano i giornali, la gente va a vedere quello sport, se non ne parli difficilmente riesci a fare proseliti e quindi a fare notizia. Servirebbe spezzare questo meccanismo, ma speriamo, giorno per giorno, di rompere questo muro.

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