Terremoto, il webete stia zitto e rispetti i morti. Basta polemiche inutili

Dopo il terremoto è arrivato il momento di dire basta al webete di turno e questo modo italia di farsi la guerra per un pugno di voti


La scuola di Amatrice rasa al suolo da terremoto

Il terremoto è un evento imprevedibile ma forse il webete di turno non lo sa. In tanti anni di studio, infatti, nessuno è ancora in grado di prevederne la manifestazione. Fra gli eventi naturali rimane per questo fra i più devastanti. Alcuni sono in grado di radere al suolo intere città – Amatrice ma non solo -, mietere vittime in un batter d’occhio e infine tornare silenti come nulla fosse.

La storia del nostro paese è tempestata di sciagure simili, di persone rimaste uccise colpa un terremoto. Di città scomparse e poi riedificate. Il Friuli, l’Aquila o l’Emilia Romagna oppure l’ultimo non fanno differenza. Ogni volta il mostro si è presentato alla stessa maniera richiedendo il suo enorme contributo di vittime e vite cambiate per sempre.

Sarà che spesso ce lo dimentichiamo, sarà che oggi tutti abbiamo fin troppa libertà di esprimerci e possibilità di metterci uno contro l’altro, ma la diatriba post terremoto del 25 agosto non mi è piaciuta per niente. Da Matteo Renzi, accusato di giocare con il cellulare mentre si fa il segno della croce, alla sindaca – ma anche sindaco – Virginia Raggi, rea di non aver presenziato ai funerali delle vittime romane del disastro. Bene, leggo dal Corriere.it, che lo stesso sindaco – ma anche sindaca – sarà presente questo pomeriggio a Rieti, dove alle 18 verranno celebrati gran parte delle esequie; per dire: ci sarà anche il governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. Non contando il premier Matteo Renzi, naturalmente.

Il titolo del mio articolo, però, ha a che vedere solo in parte con la cronaca odierna. In realtà, vorrei che ci si concentrasse per lo più sulle idiozie e sulle cadute, specie, di stile di politici e non. Da chi accusa un premier, nella fattispecie Matteo Renzi, di aver utilizzato il terremoto come un trampolino in vista del prossimo referendum o sua moglie, Agnese Landini, di aver pianto per i fotografi, a chi è un bravissimo sindaco su Facebook e non lascia passare giorno per dire a Virginia Raggi che “così non si fa“, oppure, “il sindaco dovrebbe“.

Intendiamoci: qui nessuno vuole dipingere nessuno come il santo di turno. I santi non esistono solo perché stanno a destra o a sinistra. I santi non stanno nemmeno dietro alle tastiere. Detto questo, ci sono le brave persone, e tanti sono italiani. Quegli italiani che da subito si sono stretti intorno ai comuni colpiti dal sisma. Riconoscersi nelle vittime di Amatrice, Accumoli o Pescara del Tronto o in quelli di altre frazioni devastate dal terremoto non è peccato. Non è peccato nemmeno se siamo ricchi o dei privilegiati, vedi per esempio la classe politica.

Enrico Mentana, direttore del Tg di La7, ha coniato in questi giorni un nuovo neologismo, “webeti”, non a caso. Lo ha fatto proprio perché in tutto questo dolore, da subito la speculazione l’ha fatta da padrona. In particolare ci si riferisce alla storia legata alla rilevazione della magnitudo e di come al di sopra di una certa soglia tocchi allo Stato intervenire nella ricostruzione. E’ bastato un ‘webete’ perché la notizia, senza priva di fondamenta, diventasse virale, facesse il giro dell’Italia, creando ad arte l’ennesimo complotto.

Mi chiedo perché invece di fare illazioni, i benpensanti non abbiano invece guardato di fronte a sé per rendersi conto che se dolo doveva esserci, allora era da un’altra parte che si deve guardare. Tanto per dirne una: una scuola che viene rasa al suolo quando sarebbe dovuta essere fra gli edifici più sicuri. Ecco, a volte la colpa ce l’abbiamo davanti agli occhi ma chissà, forse per masochismo, preferiamo indossare i panni di Adam Kadmon piuttosto che del semplice cittadino. Ammesso e non concesso, tra l’altro, che ogni occasione è buona per prendersela con gli immigrati che stanno in albergo(!?), fra cui ci sono pure però quelli che sono andati a dare una mano, scavando a mani nude se necessario.

A volte non crediamo ai nostri occhi perché abbiamo smesso di guardare. Siamo disabituati a guardare in direzione della luce, anche se questa è chiara e accecante come non mai. Qualcuno alcuni giorni fa mi ha detto che il nostro è un popolo che sa essere grande solo nelle sciagure, mentre invece sa essere piccolo piccolo quando l’impegno dovrebbe essere invece quotidiano: “Perché a noi un muro deve cadere addosso prima di capire se è fatto male“.

 

 

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