La strage di Cima Vallona il 25 giugno 1967


Era il 25 giugno 1967 quando si verificò la strage di Cima Vallona, un attentato che causò il ferimento e la morte di diversi militari italiani.

A compiere l’attentato fu l’organizzazione terroristica fondata da Sepp Kerschbaumer nel 1956 e conosciuta come Befreiungsausschuss Südtirol, abbreviato in BAS, letteralmente “Comitato per la liberazione del Sudtirolo”, che chiedeva l’annessione all’Austria e la logica secessione dall’Italia.

Furono diversi gli atti di violenza compiuti, iniziarono lo nel luglio del 1956, e tra questi c’è quello del 25 giugno 1967. Quell’anno il BAS impiegò molti ordigni antiuomo e quel giorno il luogo della sciagura fu Cima Vallona, posto sito nel bellunese e in cui erano state nascoste delle mine. Fu Armando Piva, alpino radiofonista, la prima vittima. Fu colpito da una mina mentre perlustrava la zona e il suo trasporto in ospedale non servì. Le mutilazioni subite a causa dell’esplosione furono troppe e alle 23 morì.

A quel punto iniziò un’indagine per scoprire chi si celava dietro l’attentato e fu chiamata in causa la Compagnia Speciale Antiterrorismo, che inviò una squadra composta da dal capitano Francesco Gentile, il sottotenete Mario Di Lecce, il sergente maggiore Marcello Fagnani e il sergente Olivo Dordi. I quattro, giunti, con l’elicottero, stavano percorrendo la via del ritorno quando uno di loro attivò inavvertitamente una trappola esplosiva posta lungo il sentiero. Gentile, Di Legge e Dordi morirono sul colpo, Fanagni fu gravemente ferito. E furono proprio gli esponenti del BAS a rivendicare l’azione attraverso delle tavolette di legno riportanti la frase:

“Voi non dovrete avere mai più la barriera di confine al Brennero. Prima dovete ancora scavarvi la fossa nella nostra terra”.

In Italia iniziarono gli accertamenti giudiziari e furono individuati i presunti colpevoli: Norbert Burger, Peter Kienesberger, Erhard Hartung e Egon Kufner. Tutti furono condannati. Ma l’Austria, che intervenne solo in seguito alle pressioni delle istituzioni nostrane, ala fine del processo assolse Kienesberger, Hartung e Kufner per assenza di prove.

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