"In Italia non c'è alcuna cultura del business digitale"

Loro Macron, noi micron. Sarebbe il titolo perfetto per raccontare la distanza tra noi e la Francia in tema di startup. Su Agi.it Riccardo Luna ha scritto questo post "Startup, sveglia Italia! Siamo fermi al palo". La nostra è una vera "Emergenza Innovazione", che da oggi proviamo a indagare, coinvolgendo i massimi esperti sull'argomento. Ma ci piacerebbe coinvolgere tutti, anche quelli che massimi esperti non sono. Se volete contribuire scriveteci qui: dir@agi.it A presto.

 

Roberto Magnifico è uno dei cosiglieri di LVenture Group, attivo a Roma, dove lavora a Luiss Enlabs, l'acceleratore di startup nato a Termini. Investitore, buisiness angel, di formazione anglosassone prova da anni a portare un po' di quella 'cultura' dell'innovazione che ha fatto grandi le startup inglesi ma che in Italia ancora non è riuscita a decollare. 

Se saranno confermati i dati del primo semestre (75 milioni), quest'anno potrebbe essere il primo dove gli investimenti in startup in Italia diminuiscono sull'anno precedente (-13%). Cosa non va?
"Una educazione adeguata alla cultura del Venture Capital ed un maggior coinvolgimento dell'imprenditoria italiana che deve uscire dai suoi campanilismi ed apprezzare (capire) l'impatto che hanno ed avranno i modelli di business digitali sulle loro imprese per rimanere competitivi sui mercati. Inoltre devono essere molto più attivi sul fronte del M&A, fronte sul quale sono penosamente carenti rispetto alle imprese concorrenti estere".

Quanto il legislatore ha fatto finora, dagli incentivi alla politica fiscale, basta? 
"I risultati deludenti della crescita delle startup e degli investimenti in Italia sono da imputare solo alla politica? In una parola si. Tocca alla politica avviare piani di sviluppo industriale. Tanto è stato fatto, indubbiamente. Ma lo strumento principe che manca è un fondo dei fondi che investa a fianco dei VC italiani, ma non solo, prospetticamente anche a fianco di VC stranieri che sarebbero attirati in Italia per investire sulle startup italiane se vi fosse un piano del governo serio, più semplicemente paragonabile a quelle messe in atto in Francia piuttosto che in israele. Facendo un "copia e incolla", senza cercare di re-inventarsi la ruota".

Una volta in una conferenza hai detto che quando andate a parlare con privati e altri investitori delle vostre startup 'parlate lingue differenti', non vi capiscono. Ci spieghi meglio cosa intendevi? 
"Che la cultura del venture capital non è ancora adeguatamente diffusa. Manca anche una conoscenza dei modelli di business digitali". 

Alcuni cominciano a pensare dopo anni al palo che le startup italiane non siano in grado di scalare perché 'non sono buone'. Che ne pensi?

"Non vi alcuna differenza nella maniera più assoluta fra una startup italiana ed una straniera. Certo è che se un team ambisce più allo stipendio (fisso) che a costruire una sua impresa, azienda ed a conquistare il mondo con essa, è un'altra storia. Ma non è una questione di nazionalità. Coloro che sostengono il contrario esprimono mere opinioni da bar. Ruolo degli investitori è saper individuare talenti imprenditoriali adeguati a perseguire i loro obbiettivi, e non mancano. Leggo ogni giorno di startup all'estero che non ce la fanno o che falliscono. Ne più ne meno come in italia. Noi siamo qua per assistere imprenditori ambiziosi con mete ambiziose. Gli altri non hanno nulla che noi non abbiamo. Poi si può parlare di ecosistema adeguato ecc. ecc. ma noi abbiamo di fronte una opportunità pazzesca e di cui vogliamo e stiamo cogliendone l'occasione".

Fonte: Agi

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