"Sulle startup stesse idee della Francia, ma loro le hanno realizzate"


Loro Macron, noi micron. Sarebbe il titolo perfetto per raccontare la distanza tra noi e la Francia in tema di startup. Agi.it Riccardo Luna ha scrittoquesto post "Startup, sveglia Italia! Siamo fermi al palo". Stiamo provando ad indagare le cause coinvolgendo i massimi esperti sull'argomento. Ma ci piacerebbe coinvolgere tutti, anche quelli che massimi esperti non sono. Se volete contribuire scriveteci qui:dir@agi.it A presto. 

Luigi Capello è l'amministratore delegato di LVenture Group e fondatore Luiss Enlabs, tra i principali acceleratori di startup in Italia. Nei suoi 5mila metri quadri a Termini, Roma, sono ospitate oltre 80 startup. "Conosco bene l'ecosistema francese dell'innovazione", ha detto ad Agi. "Avevamo le stesse idee e partivamo dagli stessi principi. Loro però le hanno realizzate, e alla grande. Chapeau!". 

A Parigi hanno appena innaugurato StationF, uno spazio da 34mila metri quadri per le startup. E' davvero un'altra partita in Francia?
"Io ho preso questa notizia con grande entusiasmo: vedere un progetto così grande e ambizioso prendere vita e guadagnarsi l’attenzione di tutti, dalla stampa internazionale al mondo della politica agli investitori, mi fa essere molto fiducioso anche per il nostro futuro. StationF è per me un invito a cogliere il tempo del cambiamento, è la testimonianza, concreta e tangibile, di come un ecosistema così grande e solido, non solo sia realizzabile, ma anche necessario".

Cosa manca all'Italia rispetto alla Francia?
"In primis, la capacità di realizzare grandi progetti, basti pensare che solo per StationF. Xavier Niel ha investito 250 milioni di euro, oltre poi al supporto governativo e della città di Parigi, che è realmente significativo, in particolare adesso col neo eletto presidente Emmanuel Macron, che proprio di recente ha annunciato un fondo d’investimento pubblico, gestito da Bipfrance, dalla cifra record di 10 miliardi d’euro. C’è poi ovviamente una solida cultura degli investimenti: in Francia nel 2016 sono stati investiti 2,7 miliardi nella creazione di nuove imprese, noi siamo ad un 15° di questa cifra".

Ha contatti con l'ecosistema francese? Che impressione ne ha avuto?
"Conosco bene l’ecosistema francese e ho avuto modo di conoscere proprio Macron, quando, nel 2015, era Ministro dell'Economia e delle Finanze. Quello che posso dire è che di base condividiamo le stesse prospettive e la stessa consapevolezza sul mondo startup. La differenza si gioca poi sulla concretizzazione di queste idee: la Francia ha capito quanto sia importante investire e lo sta facendo bene e con grandi risultati. Anche se dobbiamo dirlo, i primi a capire le potenzialità di aprire un hub all’interno di una stazione siamo stati noi, ma in Francia sono riusciti a realizzarlo “plus grand” e su questo…“chapeau”!"

E' vero che in alcuni casi ci siamo mossi prima. Ed è da anni che in Italia si parla di startup. Le chiedo: se ne parla troppo? Se ne parla e basta?
"Se ne parla, forse uno dei problemi principali è proprio l’eccesso di teorizzazione che c’è intorno all’ecosistema startup italiano. Dobbiamo essere più pratici e risolutivi, dobbiamo migliorare l’impegno e la partecipazione tanto degli investitori quanto delle corporate nel supportare e sostenere l’innovazione nel nostro Paese. Ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo fatto passi da gigante in questi anni, ma c’è ancora tanto da migliorare. Siamo però estremamente convinti del nostro lavoro e puntiamo a fare sempre meglio".

Molti cominciano a pensare che la colpa sia dello scarso valore delle nostre startup. Lei ne vede centinaia ogni anno. Che idea ha?
"Non sono d’accordo, ci sono tantissime idee valide portate avanti da giovani con voglia di rischiare e mettersi in gioco. L’Italia è una vera e propria fucina di talenti, dobbiamo esserne consapevoli e dobbiamo riuscire a valorizzarli e a dargli strumenti giusti per poter essere competitivi sul mercato. I fundraiser sono troppo ridotti nelle dimensioni, le startup che ce la fanno sono ancore poche e con fatica guadagnano terreno, forse ancora non riusciamo a capire che l’innovazione passa proprio da qui, dal dinamismo dei giovani e della nuova imprenditorialità, che pertanto devono essere supportati".

Il legislatore italiano ha qualche responsabilità?
"A livello legislativo, obiettivamente sono stati fatti grandi passi avanti rispetto agli anni precedenti. Ad oggi sono state introdotte diverse disposizioni di legge da parte del ministero dello Sviluppo economico, che, tra l’altro, danno accesso a sgravi fiscali per chi investe in startup innovative: in particolare dal 1 gennaio 2017 per individui o aziende che investono in startup, sia in modo diretto sia attraverso società quotate, è previsto un beneficio fiscale del 30% (detrazione IRPEF per individui, deduzione IRES per società, ndr). È un buon segnale, ma dobbiamo accelerare il processo".

E gli investitori?
"Come dicevamo, il mercato degli investimenti in startup in Italia è ancora lontano dai numeri europei. Quello che manca, in particolare sotto questo aspetto, è l’acquisizione di una maggiore sensibilità verso gli investimenti ad alto rischio. C’è ancora poca cultura sul tema e uno dei nostri obiettivi per i prossimi anni è proprio questo: riuscire a far capire l’alto potenziale del venture capital proprio nei termini di rischio/rendimento".

E quindi cosa si dovrebbe fare in Italia?
"Viviamo in un momento in cui la circolazione delle idee non è mai stata tanto fervida quanto ora ed è un segnale importante, quello che viene da questa Francia ambiziosa, che ci porta a riflettere in primis sull’impegno che siamo chiamati a prendere con i nostri giovani, l’unica vera chiave per la nostra crescita e coesione. Dobbiamo fare le cose in grande: prima di tutto dobbiamo spingere ancora di più per affinare la cultura degli investimenti, in modo tale che gli investitori riescano a considerare il VC come classe d’investimento etico e ad alto potenziale di rendimento, ma soprattutto come vero motore per lo sviluppo economico; in secondo luogo dobbiamo far sì che riescano ad aumentare gli altri investitori istituzionali, come i fondi pensione e le casse di previdenza, che per struttura intrinseca sono i player migliori per supportare e sostenere adeguatamente il venture capital". 

Fonte: Agi

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