Greenpeace: i vestiti per bambini contengono sostanze tossiche


Roma, 19 gennaio – Si chiama “Piccoli mostri nell’armadio” lo studio di Greenpeace effettuato su numerosi capi d’abbigliamento per bambini. Lo studio, effettuato tramite analisi di laboratorio, testimonia la presenza di sostanze tossiche nei tessuti, inserite nel processo di produzione dei vestiti e quindi contenute ancora al momento della vendita e quindi a contatto con la pelle dei bambini. Lo studio fa parte della campagna “Detox” che Greenpeace ha lanciato per denunciare la vendita di prodotti e tessuti contenenti sostanze dannose per la salute. Sono stati testati 82 articoli per bambini, prodotti in 12 paesi e acquistati in 25 differenti paesi in negozi monomarca o da rivenditori autorizzati (American Apparel, C&A, Disney, GAP, H&M, Primark, e Uniqlo, Adidas, LiNing, Nike e Puma, per arrivare a marchi del lusso come Burberry). Le sostanze tossiche rinvenute nei capi d’abbigliamento prodotti da questi brand famosi sono fenoli etossilati (NPEs), si tratta di sostanze fisiologicamente molto attive che causano dermatiti ed allergie, composti organostannici, composti chimici perfluorati e/o antimonio. Ma a che punto possono essere dannosi? L’antimonio provoca un avvelenamento simile a quello dell’arsenico, se assunto a piccole dosi provoca mal di testa, confusione e depressione, in dosi più elevate provoca attacchi di vomito violenti e frequenti e porta alla morte nell’arco di pochi giorni e come per l’arsenico e per molti altri veleni l’assunzione per via osmotica è non meno pericolosa dell’ingestione, si tratta in tutti i casi di composti chimici persistenti che rimangono a lungo sul tessuto e possono quindi intossicare chi lo indossa. Le motivazioni dell’utilizzo di questi materiali sono tutte riconducibili al fatto che queste grandi multinazionali per ottimizzare i fatturati spostano la produzione in paesi dove non esistono leggi che regolamentano o vietano l’uso di queste sostanze. A pagarne le conseguenze sono i lavoratori che le inalano e il consumatore finale che acquista, in questo e molti altri casi, i bambini. 

Greenpeace chiede alle imprese di riconoscere l’urgenza del cambiamento e di agire da leader sulla scena globale, impegnandosi all’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose entro il 1 gennaio 2020. L’impegno che viene chiesto è di avviarsi lungo un percorso ambizioso ma realizzabile, con una serie di scadenze per arrivare all’eliminazione progressiva di tutte le sostanze chimiche pericolose. Chiede, invece, ai governi, fra cui quello cinese, un impegno politico per arrivare all’obiettivo “Scarichi Zero” di sostanze chimiche pericolose nell’arco di una generazione. Si tratta di applicare il principio di precauzione, incluso un approccio preventivo che eviti la produzione e l’uso di sostanze pericolose e il loro successivo rilascio nell’ambiente. L’impegno deve essere seguito da una serie di politiche e regolamenti con obiettivi a breve-medio termine per il bando della produzione e l’uso di queste sostanze; una lista dinamica di sostanze che richiedono un’azione immediata (in base al principio di sostituzione) e un registro pubblico dei dati sulle emissioni e le perdite di sostanze pericolose. L’invito ai consumatori, infine, è quello di unirsi a Greenpeace e «lottare contro questo sistema e sfidare i grandi marchi e i governi a realizzare il cambiamento urgente di cui abbiamo bisogno».

(Greenpeace)

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