La via della seta 2.0, per consolidare la partnership Italia-Cina


Roma, 25 febbraio – A dispetto della crisi, nel decennale di partenariato strategico fra Italia e Cina, ci sono possibilità di incrementi proficui dei rapporti bilaterali fra i due Paesi, date anche “dalla Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea per il secondo semestre 2014 e dall’Expo di Milano 2015”. L’ambasciatore cinese a Roma Li Ruiyu introduce così l’incontro “La road map della riforma della Cina e la Via della Seta 2.0”, svoltosi nel pomeriggio di lunedì 24 febbraio presso la sede diplomatica del paese asiatico per ribadire la solidità dei rapporti commerciali Italia-Cina.

“Noi abbiamo un mercato da ampliare, voi un’esperienza avanzata nell’industria, possiamo avere mutuo vantaggio dalla collaborazione”, continua Lni Ruiyu, che ricorda un legame che affonda le radici almeno ai tempi di Marco Polo, pionieristico nel valorizzare “il dialogo fra occidente ed oriente”. Ora quella che una volta era la Via della Seta va resa “più vivace e dinamica”.

Sono tre i motivi, secondo il saggista e scrittore Marco Costa, autore del libro in via di pubblicazione La via della seta, vecchie e nuove strategie globali tra la Cina ed il bacino del Mediterraneo, che rendono attraente la Cina agli occhi italiani e più in generale occidentali. “Una prima valutazione geopolitica, per cui le relazioni internazionali sono regolate da una logica multipolare, garanzia di pace”, spiega Costa.

Poi “l’interesse per le innovazioni ideologico-politiche, modello unico di cooperazione fra Stato ed incentivi privati”, quindi “un’economia di successo che ci mette davanti ad i nostri errori”. I modelli ad ogni modo non vanno considerati “conflittuali, ma complementari”. Il loro incremento di domanda interna ha permesso una penetrazione in aumento di alcune eccellenze italiane, dalla moda all’agroalimentare, che nonostante la depressione internazionale ha portato “un incremento in doppia cifra del nostro export”.

Le prime aperture della Cina contemporanea risalgono alle riforme di Deng Xiaoping nel 1978, dal XVIII congresso del Partito Comunista lo scorso novembre è uscito un nuovo piano fondato su tre pilastri: “consolidare il socialismo migliorandone la governance”, riporta Wang Xiaohui, viceministro per le informazioni del Partito Comunista Cinese, “enfatizzare il ruolo del mercato, perfezionandone la struttura mitigando le interferenze pubbliche e promuovere la giustizia sociale per una maggiore condivisione del benessere”.

Nonostante il Pil cinese sia il secondo del mondo a livello assoluto dopo gli Stati Uniti, il reddito pro capite colloca gli asiatici appena al novantesimo posto. “In particolar modo la situazione rurale non è soddisfacente, ma con il giusto mix di interventi a compartecipazione privata si possono attenuare le sperequazioni e stimolare gli investimenti esteri”, prosegue Wang Xiaohui.

Ma il progetto non coinvolge solamente il lato economico, l’obiettivo è aggiustare il tiro anche a livello socio-politico, con alcune trasformazioni peraltro già in atto. “La partecipazione non è mai stata così grande e va ulteriormente migliorata. Il partito ha il maggior numero di iscritti nel mondo, 85 milioni. La direzione presa è quella giusta pur se qualcuno ancora avverte un senso di privilegio”. Il termine fissato per completare questa metamorfosi democratica è “il 2020”.


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