‘Il corpo umano’ di Paolo Giordano, la recensione


Paolo Giordano, nato a Torino nel 1982, con la sua prima opera, La solitudine dei numeri primi (2008), pubblicato in oltre quaranta Paesi, ha ottenuto numerosi riconoscimenti, fra cui il premio Strega e il premio Campiello Opera Prima. Collabora con il Corriere della Sera e con Vanity Fair.

Il corpo umano, uscito nel 2012, è il suo secondo romanzo. La storia narra di un plotone di giovani (quello guidato dal maresciallo Antonio René). L’ultimo acquisto del plotone, il caporalmaggiore Roberto Ietri, appena ventenne, si sente alle prime armi in tutto. Per lui, allo stesso modo che per tanti altri, la missione in Afghanistan è il primo grande cimento della sua esistenza. Quando viene il tempo di lasciare le loro case, i personaggi principali non sono ancora consci del fatto che la destinazione alla quale verranno inviati è uno dei più insidiosi luoghi di tutta la zona di guerra: la forward operating base (fob) Ice, nel distretto del Gulistan, “un recinto di sabbia esposto alle avversità”, dove non c’è nulla, soltanto sabbia, dove il sole batte così forte da causare la congiuntivite e quando cala il buio non è permesso accendere le luci per non finire sotto i colpi del mortaio. Ad aspettarli lì, c’è il tenente medico Alessandro Egitto.

Si è fermato in Afghanistan, dentro quella instabile “bolla di sicurezza”, sua sponte, per sfuggire a una vita privata che considera più rischiosa degli scontri con le armi da fuoco. Esausti per la calura, per la noia e per la paura per un pericolo che sembra, giorno dopo giorno, sempre più illusorio, i militari ricreano dentro la fob il modo di vivere a loro noto, intensificano le amicizie e i dissapori. In un romanzo corale, che gioca tra serenità e dramma, Giordano disegna con attenzione i contorni delle “nuove guerre”. E, facendolo, ci rivela la presenza di altri conflitti, ancora più impalpabili ma non meno pericolosi: quelli della famiglia, quelli degli affetti e quelli cruenti e infiniti contro noi stessi.

Roma, 28 marzo

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