Nuovismo di Renzi: un dietro le quinte del dualismo nuovo-vecchio

Il nuovismo di Renzi è un cambio di verso con un benestare della tradizione. Per uscire dalla metafora, il grande piccolo rottamatore, sembra essere un prodotto determinato sicuramente dall’approvazione di una parte del dalemismo che -altrimenti- non avrebbe deposto le armi. La presentazione del libro di d’Alema, non solo euro è allora il secondo passaggio avvenuto, la seconda campanella ceduta dopo quella di Letta a Renzi. La campanella di una certa sinistra.

L’excursus fogliano di Claudio Cerasa, qualche conversazione e alcune partecipazioni, ci rendono in grado di fare un piccolo quadro della situazione del renzismo, quale fenomeno ormai in essere a prescindere da Renzi, e di quello che resta di un partito dopo la grande-piccola-per alcuni mai avvenuta rottamazione.

Cerasa si diverte a paragonare i discorsi di d’Alema e quelli di Renzi, cenni che hanno molto in comune e che segnano un passaggio che ad alcuni è sfuggito. Basta guardare alla squadra di governo e conoscere quali riunioni si seguano e susseguano nei giorni e soprattutto dove esse avvengano per schiarire un po’ le idee. Certo il metodo è diverso, il ruolo, il fisico, il linguaggio. Certo però è anche l’epoca a essere diversa, le aspettative dell’elettore, la resa mediatica del candidato- premier e la posta radical-chic che il partito può giocare.

Ebbene, quanto a un  primo punto, che possiamo chiamare l‘asse ereditario, i fidati renziani sono gli ex fidati dalemiani o quantomeno la seconda generazione di essi. Si parla di Matteo Orfini, di Giuliano Poletti, di Marianna Madia e non da ultimo di Pier Carlo Padoan.

Il secondo punto è il precedente dell’asse con la destra, asse che D’Alema ha provveduto a porre come precedente storico, insieme all’idea di utilizzare i tecnici per aiutare il governo a eseguire senza timore di imitare i più virtuosi. Così Renzi si esercita sull’Italicum, sulle quote rosa, su Cottarelli e sulla riforma del mercato del lavoro, destreggiandosi in un tentativo di non scontentare, per non perdere.

Il terzo punto è l‘Europa. Quella in cui dopo l’Italia che cambia verso ci vuole un’Europa che cambi verso. In essa il PD nel Pse rimane un’idea di stampo dalemiano nel senso che è erede del primo che nel PD penso’ a una sinistra socialista piuttosto che democristiana. Quella cultura maggioritaria di impronta europea che smetta di pensare alla gauche divine (il modello ideale di sinistra perdente) come un soggetto che non debba mai correre per vincere ma che si allinei per essere influente e cambiare le cose dall’interno.

La sintesi quindi è che i dalemiani hanno scelto di navigare a favore piuttosto che contro, trovando forse per una volta un compromesso interno piuttosto che un massacro esterno palese, arte sopraffina di una certa sinistra. Quella che teme il potere di un’ hantise negative ( la vergogna trattenuta di giungere al potere).

Roma, 23 marzo

 

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