A Palazzo Cipolla la dolce malinconia di Modigliani e Soutine


Roma, 12 marzo – A Palazzo Cipolla di Roma fino al 6 aprile una mostra di grande pregio “Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti. La collezione Netter”. Ad unire le opere esposte a Palazzo Cipolla è la figura di Jonas Netter (1867-1946), ebreo, sagace riconoscitore di talenti nonché grande patito di arte, a cui si deve la scoperta di alcuni tra i più grandi geni artistici della prima metà del XX secolo. L’esposizione che porta per la prima volta nella Capitale la preziosissima collezione Netter conduce gli appassionati d’arte nella Parigi degli anni Venti, che fu teatro di alcune tra le più inconcepibili e risolutive provocazioni artistiche dei primi del Novecento, vantando tutt’oggi una grande reputazione.

La mostra creata e disposta da Arthemisia Group, curata da Marc Restellini, presenta circa 100 opere di incomparabile bellezza. Oltre a quelle di Modigliani e di Soutine è possibile ammirare anche quelle di Utrillo, Suzanne Valadon, Kisling e di tutti quegli artisti che vissero e dipinsero nel quartiere parigino di Montparnasse, che diedero vita a immagini reali, ma fuori dal tempo, negli anni che furono chiamati “folli”. La maggior parte del lavoro pittorico presente nella mostra è costituito da ritratti: teste, figure a mezzo busto sedute, o in piedi, nature morte. I quadri sono talmente speciali e notevoli che si nota soprattutto la singolare deformazione che gli artisti operano sui soggetti, ciò denota una condizione di fragilità che mostra un tormentato stato interiore.

Ma il punto centrale di questo eccezionale percorso espositivo è l’opera di Amedeo Modigliani, facilmente identificabile perché intrisa di quella malinconica spiritualità, dalle fattezze talora disarticolate. Di forte impatto sono le sue opere che emergono bloccate in pose ripetitive: con le mani incrociate in avanti, o flessuosamente appoggiate alla poltrona su cui siedono, gli occhi sempre a mandorla vuoti e inespressivi, i colli si presentano sottili e allungati e le tinte non brillano per vivacità. Si nota come il soggetto viene sottoposto ad un processo di spersonalizzazione e stilizzazione e il modello reale si perde trasformandosi in un essere astratto lontano dal tempo. Per quanto riguarda, nello specifico, alcuni dipinti, sono da non perdere “Fanciulla in abito giallo” del 1917, “Elvira con colletto bianco” del 1918, “La bambina in azzurro” e il “Ritratto di Jeanne Hébuterne”.

A chiudere l’esposizione sarà il grottesco Chaïm Soutine con la sua pittura partecipativa e impetuosa: è interessante come i suoi dipinti evidenziano la condizione di disagio psicologico e sociale dell’effigiato. Lo sviluppo angoloso del volto, la strozzatura del mento e la rigidità dei lineamenti sporgenti conferiscono un’espressione indefinibile, nello stesso tempo assente e interiore. Di quest’ultimo sono esposti in mostra oltre venti oli, tra cui “Uomo con cappello” e la “La pazza”. 

Una mostra decisamente romantica, che si sviluppa intorno a grandi temi, che colpiscono l’anima che resta da sempre un mistero inesprimibile in un mondo travagliato dalla sofferenza. Un meraviglioso passaggio in una quiete e dolce malinconia dove l’amore drammatico è segnato da quella passione che consuma e nutre.


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