Recensione libro di Cinzia Leone, Cellophane.


Cinzia Leone, giornalista e autrice di graphic novel, tra i fondatori del settimanale satirico Il Male, alla sua seconda prova letteraria, si riconferma un talento della prosa con questo giallo, ambientato a Messina, dai risvolti psicoanalitici non casuali.

Cellophane parla di Aurora, una giovane donna rampante che, benché non più nel fiore degli anni, dimostra comunque molti meno anni di quelli che ha. Aurora ha una mania: ispeziona i rifiuti degli altri alla ricerca dei loro segreti, in quanto quello che la gente getta è spesso più significativo di quello che conserva. Una mania che le viene da lontano: da quando per la prima volta, ancora bambina, ispezionò il bidone di una pittrice, sua vicina di casa, o da quando suo padre la fece ricadere nello strano vizio con il quale era riuscita a smettere. Ma forse la sua mania viene da ancora più lontano: dal fatto di essere ella stessa un rifiuto, qualcosa di spurio, in quanto seconda figlia dei suoi genitori, arrivata solo per rimpiazzare la sorella morta annegata in mare. Durante le sue ispezioni Aurora si imbatterà in un dito mozzato, insanguinato, coperto di segatura. Il macabro ritrovamento la porterà a caccia, assieme al suo cane Tito, del proprietario del dito e di chi l’ha tagliato e la farà imbattere in un traffico di rifiuti, nella Sicilia degli anni ottanta. Tutto nella vita di Aurora rimanda ai rifiuti: a cominciare dal suo lavoro (Aurora è titolare di una ditta di disinfestazioni e gli insetti e i parassiti, oltre a essere un’altra cosa che, tipicamente, noi tutti rifiutiamo, spesso si annidano tra i rifiuti stessi) per arrivare al suo rapporto usa e getta con gli uomini. Tra questi ci sono Sebastiano, titolare di uno sfasciacarrozze in continente, Salvatore, un suo dipendente, e soprattutto Stavros, il greco amico/nemico di suo padre che si sta comprando mezza città. Il cerchio della vita di Aurora si chiuderà come era iniziato: con un mazzo di rose gialle avvolto nel cellophane.

Roma, 19 marzo


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