True Detective, ovvero quando la tv è meglio del cinema


Roma, 13 Marzo – Questo è proprio l’anno di Matthew McConaughey. Non si è accontentato di riscattare la sua carriera vincendo il premio Oscar come miglior attore in “Dallas Buyers Club” e nemmeno di diventare il protagonista del prossimo lungometraggio dell’acclamato regista Christopher Nolan. McConaughey, insieme al suo compagno di set Woody Harrelson, ha co-prodotto la serie evento del 2014, una di quelle che dopo averla vista non guarderai più la televisione con gli stessi occhi. Questa serie si chiama True Detective, conclusasi negli Stati Uniti la scorsa domenica con un boom di ascolti che ha persino mandato in crash lo streaming della rete HBO GO.

True Detective s’inserisce nella sfera delle crime series in modo quasi del tutto atipico. Tanto quanto la trama, inquietanti delitti di donne e bambini nella Louisiana più profonda e rurale (quella per intenderci dove le vocali si uniscono tutte in un unico suono indistinto), non aggiunge niente di nuovo al genere, è il modo in cui la vicenda viene raccontata che butta le basi per un nuovo tipo di narrazione televisiva.

L’estenuante ricerca dell’assassino da parte dei detective Rust e Marty, impersonati appunto da McConaughey e Harrelson, è spalmata lungo 17 anni, dal 1995 al 2012. Flashback e tempo presente, interrogatori in anguste stanze della polizia e immensi campi di mais si alternano senza sosta rendendo il racconto molto sfilacciato e denso di notizie difficili da assimilare. Questo perché non è l’indagine il vero focus della serie. I pochi detrattori di True Detective si appigliano proprio a questo per criticarla: la risoluzione degli omicidi è lenta e macchinosa, ogni volta che si è vicini a scoprire qualcosa di nuovo la storia cambia direzione.

Lo sceneggiatore e il regista della serie, Nic Pizzollato e Cary Joji Fukunaga, consapevoli del rischio, hanno puntato tutta l’attenzione sul fattore umano della vicenda. Su Marty Hart, infedele padre di famiglia, e Rust Cohle, ombroso e nichilista esperto d’interrogatori. Messi a stretto contatto l’un altro per risolvere un efferato crimine, i due dovranno confrontarsi con i lati più oscuri e inesplorati della proprie psiche. Alla fine di un incubo durato 17 anni anni, la vita stessa dei protagonisti di questa storia sarà marchiata in modo indelebile dalla consapevolezza che in un mondo dove le tenebre battono la luce è meglio tenersi stretto chi ti aiuterà a non scomparire.

Con soli otto episodi la prima stagione di True Detective, ancora inedita in Italia, si è conclusa diventando una pietra miliare della storia della televisione. La serie è concepita come antologica: ogni anno storie e protagonisti cambieranno e avranno come comune denominatore solo il genere crime. Rust e Marty quindi li abbiamo salutati domenica in modo definitivo, ma avranno per sempre un posto nell’immaginario collettivo di chi ama la serialità. Sarà difficile battere questo livello di messinscena, staremo a vedere cosa ha in serbo per noi la seconda stagione.


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