1966, Inghilterra padrona del mondo con il giallo


Dopo aver navigato tutti i mari, la coppa Rimet nel ’66 giunge nella patria del calcio, dai padroni morali del pallone, gli inglesi. 13 anni dopo l’umiliante sconfitta ad opera dell’Ungheria, l’occasione per la nazionale dei Leoni di vendicarsi e far vedere veramente di essere i maestri di questo sport, non solo a parole ma anche con i fatti. Sulla panchina dal 1962 Alf Ramsey, successore di Walter Winterbottom e che all’assunzione dell’incarico spavaldamente e coscientemente disse: “L’Inghilterra vincerà la prossima Coppa del Mondo”. Il classico modulo WM ormai non andava più e dopo sconfitte e delusioni a ripetizione, l’8 maggio del ’63, in occasione dello scontro con i campioni del mondo del Brasile, si passa al 4-2-4, reso celebre proprio dai carioca. L’1-1 firmato Pepe-Douglas è l’inizio di un cambio di passo della nazionale inglese, che comunque attraversa un lungo periodo di transizione, fatto anche di sonori schiaffi (vedi il 5-1 sempre contro i brasiliani), ma che poi vedrà i suoi frutti proprio dal ’65 fino all’appuntamento mondiale, con 12 vittorie, 4 pareggi e una sola sconfitta a Wembley contro l’Austria.

Risultati ottimi raggiunti con un gruppo testato a fondo ma che per l’appuntamento Mondiale risulta tra i più affiatati. Intorno alle stelle Bobby Charlton e Bobby Moore, un gruppo che gioca un calcio moderno, rapido, soprattutto sulle fasce con Alan Ball e Martin Peters. L’esordio a Wembley, davanti ad 85mila spettatori contro l’Uruguay creò apprensione, visto che lo 0-0 poteva creare dei problemi per la questione qualificazione, ma i 2-0 consecutivi a Messico e Francia risollevarono le speranze dei padroni di casa, che nei quarti ebbero la meglio dell’Argentina. Il cambio di passo in semifinale contro il Portogallo della stella Eusebio, che dovette arrendersi sotto i colpi di Charlton (doppietta). In finale i tedeschi della Germania Ovest, che vanno avanti con Haller per poi essere sorpassati da Hurst e Peters. Il gol di Weber allo scadere riapre i giochi, poi il giallo: al minuto numero 101 Hurst calcia verso la porta, la palla colpisce la traversa e finisce nettamente al di là della linea bianca difesa dal portiere tedesco Tilkowski. L’arbitro Dienst però, su segnalazione del guardalinee, convalida la rete che spiana la via del successo, visto che poco dopo arriva il sigillo definitivo sempre con Hurst, che chiude i conti sul 4-2. E’ il trionfo per l’Inghilterra, che ora può davvero guardare tutti dall’alto in basso.

Niente da fare per il Brasile di Pelé, Gylmar, Dyalma Santos, Bellini, Garrincha, Brito e Orlando, contornati da talenti giovani come Gerson, Alcindo, Lima, Tostao, Jairzinho e Paulo Henrique. Campioni per lo più spompati e un Pelè all’apice della carriera ma fermato da un infortunio al ginocchio dopo la partita con la Bulgaria per uno dei numerosi “attentati” messi in scena dagli avversari nei suoi confronti (il replay contro il Portogallo), che grazie a queste manovre fanno fuori i carioca già nel girone. A deludere poi gli azzurri, che il 19 luglio a Middlesbrough, negli ottavi di finale, subiscono la prima grande onta della propria storia cedendo per 1-0 alla Corea del Nord, complice anche il grave infortunio occorso a Bulgarelli al 36′. Pak Doo Ik, di professione dentista, manda a casa gli azzurri, che masticano amaro. Per i coreani è gioia pura, spezzata ai quarti dal Portogallo, che passa 5-3. Per loro il ritorno mesto in patria e “rieducazione” nei gulag del regime, rei di aver perso dopo essere stati avanti di tre reti.

La finale

 

Roma, 19 maggio


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