1978, il trionfo dell’Argentina nel Mondiale della vergogna


1978, per molti fa pensare all’inizio dei famosi anni Ottanta, ma per tanti è l’anno dei Mondiali di calcio in Argentina. Festa? Macchè, forse per gli argentini che poi esultarono alla vittoria della Coppa, ma per molti quella edizione passò alla storia come la più vergognosa. Dopo la morte di Peron, il governo della moglie Isabel, nato nel luglio ’74, fu messo a tacere nel mar­zo del 1976, quando un colpo di stato portò al potere la giunta militare co­mandata dal generale Videla. I rischi per quella edizione del campionato iridato erano reali, la stampa sportiva mondiale parlava già di nuova sede, dando per scontata l’incapacità dell’organi­smo argentino ad organizzare in breve tempo tutto. Ma per Videla quel Mondiale era invece proprio l’occasione giusta per rafforzare la propria immagine.

E così fu, nonostante le mille contraddizioni. Un Paese che dava al pubblico mondiale la propria immagine migliore, di una nazione unita, ma che invece era profondamente colpita dalla crisi economica e da repressioni di massa degli oppositori politici (la vicenda dei desaparecidos era già iniziata). Un particolare però non narrabile dai giornalisti provenienti da tutto il mondo, oltre 5mila, presenti nel Paese, costretti (o per meglio dire minacciati) dal bavaglio governativo. Lo spettacolo del calcio doveva andare avanti senza divagazioni, la marcia trionfale dell’Argentina non doveva essere messa in discussione da altre vicende. La forte nazionale guidata da Menotti, inviso al regime anche per le simpatie politiche opposte (comuniste) ma ritenuto l’unico capace di poter portare l’albiceleste alla vittoria, piena di campioni come Kempes, Ardiles, Bertoni, Passarella, andò avanti, spinta da un’intero popolo. E anche da evidenti aiuti, come quello messo in scena il 21 giugno contro il Perù. Nel secondo girone l’Argentina se la giocava per accedere alla finalissima contro il Brasile. Per superare i verdeoro si doveva battere il Perù con tre gol di scarto, ma segnandone almeno cinque. Gli argentini, che ebbero il vantaggi odi giocare dopo aver visto gli avversari, riuscirono nell’impresa vincendo per 6-0: apre le marcature al 20′ e Tarantini raddoppia al 43′ ed è dopo la rete del ter­zino che il Perù (che in porta ha un certo Quiroga, argentino di Rosario, la città dove si gioca, naturalizzato però peruviano) crolla in maniera sospetta, concedendo ai padro­ni di casa quattro gol in 24′, di Kempes al 48′, Luque al 49′, Houseman al 66′ e ancora Luque al 72′. A parità di punteggio l’Argentina si qualifica per la fina­lissima grazie alla migliore dif­ferenza reti. Si parlò anche di aiuti promessi dal governo argentino a quello peruviano, ma le accuse non furono mai provate, ma i sospetti (forti) rimasero. In finale lo scontro contro l’Olanda del calcio totale, priva di Cruijff, assente non per motivi di boicottaggio ma, come spiegò molti anni dopo, per uno sventato rapimento poco tempo prima a Barcellona che gli aveva sconvolto la vita. La nazionale dei tulipani ancora una volta poteva raggiungere il meritato successo dopo anni di trionfi a livello di club, ma ancora una volta il destino volle altro.

La vergogna della sfida con il Perù

A parlare della finale lasciamo le parole di Italo Cucci, penna del Guerin Sportivo all’epoca:

Al fischio di chiusura di Sergio Gonella, dopo centoventi minuti di emozionante sfida, l’Argentina ha conquistato il suo primo titolo mondiale mentre gli ottantamila del River Plate erano vestiti di una sola bandiera, quella biancoazzurra, e gridavano – scandendola – una sola parola: «AR-GEN-TI-NA». in quell’attimo, chi ha potuto ha guadagnato frettolosamente l’uscita dello stadio a costo di essere scambiato per un tifoso olandese amareggiato. Era solo prudenza, invece: perché si sapeva che, di lì a poco, sarebbe scoppiata la rivoluzione […] Appena un mese fa, partendo dall’Italia, ognuno di noi portava nel cuore una grande paura: quella di partecipare a una drammatica cerimonia intrisa più di odio ohe dì amore, di motivi politici più che di sport. Ma fin dal primo giorno qualcosa è cambiato in noi, man mano che ci s’imbatteva in questa gente impagabile che da sempre ha conosciuto amarezze e che finalmente si apprestava ad un banchetto di felicità e voleva condividerla con tutti, con gli stranieri in particolare. Ogni straniero ohe arrivava a Baires costituiva per gli argentini una minaccia, una paura, un esame da superare. E non ci hanno provato in cento, in mille, in centomila: ma in venticinque milioni. Era la scritta che si leggeva dappertutto, a cominciar dall’aeroporto di Ezeiza: «venticinque milioni di argentini giocano il mondiale». L’hanno giocato e l’hanno vinto. Contro tutto e contro tutti. Contro i nemici interni (pochi) e quelli esterni, tanti; contro il sospetto e la malafede di chi voleva cancellare con un solo colpo di spugna le speranze di tanta gente, credendo con ciò di dare un duro colpo ad un regime che ha i suoi lati oscuri (e ne parleremo, nei prossimi giorni) e invece avrebbe condannato a trasformarsi in incubi i sogni del popolo più desideroso di pace che ci sia al mondo. Perché solo chi è uscito da una grande tragedia, e ancora ne sente il peso, come il popolo argentino, può capire quanto valgano la pace, l’amore, la fraternità, la libertà. Tutto questo è riuscito a fare il calcio, imponendosi all’attenzione del mondo come una delle rare risorse idi pacificazione in tempo di odio fratricida. Forse qualcuno troverà insoliti e fuori posto questi argomenti all’Inizio di un commento che riguarda una vicenda dello sport: eppure, così come il primo sentimento che ci ha accompagnato costì era la paura, è altrettanto vero che la prima sensazione che si è provata all’ultimo minuto del «Mundial» è stata di grande soddisfazione: siamo noi, uomini per diversi motivi dati allo sport, gli ultimi ambasciatori della pace, gli ultimi abitanti di un paese felice. E adesso, Argentina Mundial. Una vittoria giusta, meritata, esaltante perché sofferta per centoventi lunghi minuti durante i quali più di una volta le speranze argentine accennavano a spegnersi, e con loro quelle di venticinque milioni di… giocatori fuori campo.

Una vittoria giusta, conquistata dalla squadra di Cesar Luis Menotti, non dalla polizia di Jorge Rafael Videla e neppure dei tifosi; questo era il dubbio della vigilia: quanto sarebbe pesato, sulla sfida mondiale, il fervore sviscerato della folla, la «hinciada», la tifoseria di costì, è invece simile a quella di tanti Paesi meridionali, pronta a esplodere come ad abbattersi, mai utile nei momenti cruciali; entusiasmo alle stelle prima della partita, con una pioggia di «papelitos» (pezzi di carta) assolutamente inedita; eppoi gioia frenetica al primo gol di Kempes, il fantastico «matador» argentino, l’unica vera stella di questo Mundial di cui – con sei gol – si è laureato anche capocannoniere. Al gol di Nanninga, giunto a nove minuti dalla fine quando ognuno in cuor suo già pregustava la festa, prima un grande silenzio poi un urlo disperato raggelavano il River. E ancora silenzio e paura nei minuti del primo tempo supplementare, mentre l’Argentina andava organizzandosi con molta freddezza, mostrando un volto inedito, quello della ragione.

A mio avviso, Menotti ha vinto il suo Mundial in questi undici minuti di passione, dando alla squadra una impronta… italiana (ed è indubbio che la sconfitta con l’Italia gli ha insegnato qualcosa); ci si poteva aspettare, da un complesso pesantemente sbilanciato in avanti (e con un uomo nullo come Luque) e frustrato dall’inopinato pareggio olandese, una sorta di cieca carica suicida a testa bassa; e invece i biancazzurri si sono disposti saggiamente sulla difensiva e hanno risposto con ficcanti sortite in contropiede alle sfuriate massicce e pericolose degli olandesi, finendoli poi con un’altra sortita vincente di Kempes, avventatosi verso la rete avversaria con una spinta inarrestabile e tutta la sua non comune classe di autentico campione.

Era il 2-1, la fine di un incubo, l’inizio di un trionfo che di lì a pochi minuti Bertoni (l’uomo che un anno fa aveva detto sorridendo: «Ho sognato di diventare campione del mondo») avrebbe definitivamente siglato. Una vittoria giusta e meritata, questa, anche perché gli olandesi hanno dato fondo alle loro buone risorse di fisico e dì tecnica per conquistare il titolo mondiale strappatogli dai tedeschi quattro anni prima. Gli uomini di Happel hanno ripetuto la partita giocata con tro l’Italia, e devono imprecare alla malasorte che non gli ha fatto trovare… un altro Zoff, nella porta avversaria, ma un Fillol che si è superato, esibendosi in almeno un paio di occasioni, in parate da grande campione. Tutto questo sono riusciti a fare, gli olandesi, e hanno anche ottenuto un provvisorio pareggio, nonostante almeno quarantacinque minuti di arbitraggio gli fossero stati decisamente avversi […]

E l’Italia? Quarta dopo un bel Mondiale, che 4 anni dopo risulterà decisivo per il trionfo spagnolo. Ma questa è un’altra storia, quella azzurra, che racconteremo dal 1° giugno qui, a Destinazione Mondiale.

 

La finale

https://www.youtube.com/watch?v=E0ckp3hoodE

 

Roma, 22 maggio

 

 


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