Italia ’90, il Mondiale degli sprechi


Ritardi nella costruzione degli stadi e delle infrastrutture, problemi logistici, tutto questo sta vivendo ora il Brasile. Ma in ogni manifestazione sportiva, più o meno, si sentono ormai questi discorsi. Per Italia ’90 è lo stesso, anche se gli stadi arrivarono sì, ma gli sprechi, forse, se ne pagano ancora oggi. Un’edizione che un Paese intero visse come una lunga festa, rovinata in semifinale a Napoli dall’Argentina di Maradona, culminata con la vendetta di Messico ’86 dei tedeschi nella finale di Roma contro l’Albiceleste, ma oggi, più che le partite, gli eori del campo verde, vogliamo parlare proprio di cosa fu realmente Italia ’90 per il Paese.

L’assegnazione all’Italia del Mondiale di calcio era stata ufficializzata nel 1984. “Il Mondiale di calcio sarà l’occasione più opportuna per dimostrare non solo le nostre capacità organizzative, ma anche l’alto livello tecnologico raggiunto in tutti i settori della vita nazionale”, disse l’allora presidente del comitato organizzativo Franco Carraro. Fu sì una vetrina, ma per lo spreco e il malaffare. Più di seimila miliardi quelli stanziati dallo Stato per la realizzazione delle opere relative al Mondiale. In prima fila c’era la questione stadi, in molti casi vecchi di quasi 40 anni (ma anche di più), i cui progetti faraonici (vedi Torino e Bari), costarono una enormità rispetto al progetto iniziale (il vecchio Delle Alpi fino al 214% in più rispetto all’inizio, l’Olimpico +181%), con infrastrutture pubbliche necessarie (anche se collaterali) lasciate a metà, anche per lo scoppio delle prime indagini giudiziarie che poi portarono a Tangentopoli qualche anno dopo.

7.230 miliardi delle vecchie lire i soldi spesi, 6mila, come detto, statali. Progetti partiti a pochi mesi dal via 95 su 233, segno del malaffare diffuso. E se in Brasile si parla di morti sul lavoro, in Italia neanche si scherzò: 24 le vittime, che se comparate alle centinaia a lavoro per i Mondiali 2022 in Qatar sono un’inezia, ma quando si parla di vite che se ne vanno, nessuna cifra può essere irrisoria. In totale furono 678 gli infortuni sul lavoro, il più grave alla Favorita di Palermo (ora Barbera), con cinque operai schiacciati dal crollo di una tettoia. E poi come detto gli appalti, dati a società private, molto spesso senza alcun controllo.

E poi gli sprechi delle opere “accessorie”. Basta farsi un giro a Roma per capire. La stazione Ostiense, pagata 350 miliardi di lire, quasi 180 milioni di euro, ora recuperata con la megastruttura di Eataly e poi di nuovo come stazione dei treni veloci (quelli di Montezemolo, che è stato nel comitato organizzatore di Italia ’90), fu abbandonata poco dopo la fine dei Mondiali. Oppure la stazione Farneto vicino alla Farnesina, costata oltre 7,5 milioni di euro e aperta solo per venti giorni, per poi essere occupata da Casapound. Per non parlare della stazione di Vigna Clara, mai utilizzata per un errore dei tecnici nel costruire la galleria (due treni ahimè non ci passavano). Ma sarebbero tanti gli esempi in tutta Italia dello spreco, vedi l’albero Pinte Lambro a Milano, un ecomostro vero e proprio.

Un Mondiale, quello di Italia ’90, che paghiamo ancora, proprio come la guerra in Etiopia. Nel bilancio di previsione di Palazzo Chigi del 2014 si parla di mutui accesi con una legge del 1987 per costruire gli stadi, per un totale di 61 milioni e 200 mila euro. Ed è solo una delle voci, perché tra le mille pieghe dei conti italiani chissà cosa ancora può esserci di quella disgraziata edizione, che ci fece vivere sì notti magiche, ma quante poi ce ne ha tolte (e ce ne sta togliendo ancora).

Roma, 25 maggio

 


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