’62-’66: Italia, le risse in Cile e il capitombolo coreano


Dopo due edizioni sciagurate, culminate proprio con la mancata qualificazione a Svezia ’58, l’Italia prova a ripartire e lo fa dal Cile e con tante speranze. Sulla panchina azzurra Ferrari, affiancato da Paolo Mazza, presidente-tecnico della Spal di Ferrara. Il girone era difficile, ma una nazionale furba e con il giusto mix di giovani talenti poteva ben figurare. Lo 0-0 contro la Germania, dove in attacco si videro Rivera-Altafini-Sivori, confermò le previsioni, ma tutto saltò contro i padroni di casa del Cile. Nell’unica partita da prendere con le molle, si decise di mandare in campo una squadra da combattimento che cadde immediatamente vittima delle provocazioni degli avversari. A rendere ancor più caldo l’ambiente il pubblico, nervoso dopo aver saputo degli articoli dei giornalisti italiani sulle contraddizioni del Paese sudamericano. L’incontro fu una vera e propria battaglia, con l’arbitro Aston che girò lo sguardo più volte nei confronti dei cileni,m autori di vere e proprie battute di caccia all’uomo, ma tornando perfettamente capace di intendere e di volere quando a reagire erano gli azzurri. A farne le spese infatti solo l’Italia, che vide mandarsi fuori David e Ferrini, colpevoli che aver reagito ai pugni di Lionel Sanchez (nel mondiale furono ben 15 gli infortuni gravi, tra cui quelli del russo Dubinski, che subì la frattura di tibia e perone, dello svizzero Eschmann, che finì con una gamba fratturata, e il grande Jascin, che nel corso di Cile-URSS fu colpito proditoriamente con un calcio alla testa). Finì 2-0 ma soprattutto nuovamente nella polemica, visto che il 3-0 alla Svizzera non permise alla nazionale di passare il turno.

Ma al peggio non c’è mai fine, come dice un saggio detto nostrano. Dopo il mondiale cileno, la Fe­derazione decise di affidarsi ad Ed­mondo Fabbri, che uscì contro l’Urss in Coppa Europa ma infiammò pubblico e stampa durante le qualificazioni al mondiale inglese del ’66: vittorie casalinghe convincenti contro Scozia (3-0), Polonia (6-1) e Finlandia (6-1), merito del “genio” di Rivera, ma trascinata anche da Bulgarelli. Ad un mese dalla rassegna iridata, il 6-1 alla Bulgaria, il 3-0 all’Argenti­na e il 5-0 al Messico sembravano essere i presupposti di un trionfo o quantomeno di un Mondiale da protagonisti. Alla prima uscita in Inghilterra contro il Cile ci pensarono Mazzola e Barison a portare a casa il risultato, vendicando così quanto era successo 4 anni prima. Ma montò lo stesso la polemica, colpa di Fabbri che negli spogliatoi lanciò pesanti accuse sul comportamento dei giocatori. Contro l’URSS non seguì l’adagio “squadra che vince non si cambia” e fu severamente punito dalla rete di Cislenko. La squadra denunciò i soli­ti difetti, soprattutto caratteriali, ma contro la Corea del Nord bastava vincere per passare. E invece accadde l’impensabile. Fabbri mandò in campo elementi non troppo blasonati, anzi per nulla, con Bulgarelli in condizioni menomate per un ginocchio in disordine. Nel primo quarto d’ora l’Italia fallì cinque palle gol piuttosto facili, ma soprattutto perse proprio Bulgarelli per infortunio. All’epoca i cambi non erano concessi e si rimase in dieci per tutto l’incontro, che fu deciso da un tiro di Pak Doo Ik, senza che gli azzurri potessero imbastire una efficacia rimonta. Per molti fu il giorno più nero del nostro cal­cio, ancor di più della mancata qualificazione del ’58. Per fortuna qualcosa stava per cambiare.

 

L’Italia al Mondiale del ’62

La disgraziata partita con la Corea nel ’66

 

Roma, 4 giugno

 

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