Italia-Uruguay, parla Marcello Lippi: “Stavolta andrà bene”


C’è chi ha già vissuto certi momenti, e sa come si possa uscire dal fortino o cadere nel pozzo. Marcello Lippi è passato infatti nella giungla del malefico primo turno per due volte: passato indenne nel 2006, andando poi addirittura a prendersi una coppa tanto insperata quanto meravigliosa, fatale nel 2010 ad una squadra che probabilmente non aveva più niente da dare; dimostrazione che la sazietà spesso può far diventare mediocre anche una grande squadra, come la Spagna che abbiamo visto mestamente fuori dopo due turni qui in Brasile. Intervistato per La Repubblica, il tecnico viareggino ha risposto ad alcune domande sull’ Italia e sulle altre avversarie principali del Mondiale.

Adesso che fine faremo?
“Non quella del Sudafrica, non stavolta. Siamo più squadra dell’Uruguay e non abbiamo tutti gli infortunati che avevo io, da Buffon a Pirlo, scusate se era poco. Ora manca solo De Rossi, che resta pur sempre un campione”.

Servono più testa o più gambe?
“Più testa: sta tutto lì dentro. Le gambe vanno in forma dopo, non possono girare al massimo per un mese. Ecco perché all’inizio sembrano tutti imballati, mica solo gli azzurri. Ma con la forza fisica tornerà la fiducia”.

Siamo una nazione di cittì, tutti adesso hanno la formazione giusta e invocano Immobile: anche lei?
“Veramente io il cittì l’ho fatto davvero, due volte, e quindi non mi ci metto. Basta e avanza Cesare, che sceglierà per il meglio”.

Si prospetta una difesa tutta nuova.
“Mi pare una scelta azzeccata, il blocco della Juve e il modulo a tre non tradiranno, anche se la cosa migliore dell’Uruguay è proprio l’attacco, cioè Suarez e Cavani. Il resto non mi pare un granché”.

Non è che la vittoria sugli inglesi ci avesse un po’ illusi?
“Gli elogi a volte fanno più male delle critiche, e in Italia abbiamo il vizio di enfatizzare. Contro un’Inghilterra non troppo organizzata abbiamo vinto una buona partita, non una partita eccezionale, e contro il Costarica si è perso ma non è stato un disastro. La seconda gara e la prima fase sono sempre un problema, lo dice la storia, ricordatevi dell’82”.

Perché mai dovremmo essere ottimisti?
“Perché i ragazzi ci credono, sono forti, esperti, mi auguro impermeabili alle tensioni esterne e hanno il destino nelle loro mani. Non ho parlato con nessuno di loro, ma li conosco e vedrete che andrà a finire come nel 2006, quando dovevamo vincere anche per evitare il Brasile e vincemmo. Adesso, in teoria, basterebbe un punto, ma a questi livelli non si gioca mai per il pareggio, troppo rischioso”.

Il nostro calcio è malato? Perché esprime così poco?
“La nazionale non è malata di sicuro, i club un po’ sì: troppi stranieri in campo, in panchina, mi riferisco ai miei colleghi allenatori, e persino dietro la scrivania ormai. Poi, i cicli si aprono e si chiudono ovunque, lo dimostra il Barcellona. Come cittì, io avevo il 60 per cento dei giocatori impiegati in campionato, Prandelli è sceso al 40 per cento ma i giovani bravi non mancano, non c’è solo Verratti: e non dimentichiamo che il migliore, cioè Giuseppe Rossi, è assente solo per colpa di quell’infortunio. La nostra under 21 sta facendo bene, il movimento azzurro non soffre, la nazionale resta la vera espressione del calcio di ogni paese”.

Il mondiale le piace?
“Da qualche giorno sono tornato in Cina, non ho visto tutte le partite però direi che è un torneo molto interessante, con un generale livellamento verso l’alto. Ormai sono tutti organizzatissimi: sabato ho apprezzato il Ghana, la Nigeria e l’Iran che stava per fermare Messi”.

Ma è davvero verso l’alto, questo livellamento?
“Sì, è anche un discorso di cultura sportiva e globalizzazione. Tutti studiano, si sforzano di crescere, molti giocatori di nazionali minori fanno esperienza all’estero e questo li aiuta molto”.

Il Brasile stenta parecchio: se l’aspettava?
“A parte due o tre campioni, il loro livello medio non è eccezionale, e in più hanno l’obbligo di vincere: non facile e nemmeno scontato. Come qualità complessiva vedo meglio l’Argentina, che comunque a parte Messi non mi ha impressionato”.

Il Centro e il Sud America corrono di più.
“L’ambiente li favorisce anche dal punto di vista climatico, però da un po’ di tempo mi frulla in testa un’idea diversa: per la prima volta nella storia, proprio in Sud America la Coppa la vincerà un’europea. Io dico Germania o Francia”.

Roma, 24 giugno

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