Milan Kundera, La festa dell’insignificanza, la recensione

Mettere in rilievo le questioni più gravi e nel contempo non proferire una sola asserzione grave, essere attratti  dalla concretezza della società odierna e contemporaneamente rifuggire ogni concretezza: questa è La festa dell’insignificanza, libro di Milan Kundera, edito da Adelphi, di 128 pagine, in vendita a 16 €. Chi frequenta già da tempo la letteratura di Kundera è consapevole del fatto che inglobare in uno scritto una minima parte di leggerezza non è atto inedito per lui e ha generato un contrasto tra questa leggerezza della vita e viceversa la necessità umana di rintracciare in essa un significato che si è risolto in passato in un paradosso insostenibile. (L’insostenibile leggerezza dell’essere appunto). Nell’immortalità, poi, Goethe e Hemingway se ne vanno a zonzo per svariati capitoli, conversando e svagandosi. Nella lentezza, Vera, la compagna dello scrittore, lo avvisa: “Mi hai detto tante volte che un giorno avresti scritto un romanzo in cui non ci sarebbe stata una sola parola seria… Ti avverto però: sta’ attento”. Completamente dimentico dell’avviso di Vera, Kundera, invece di stare attento, ha ora, alla fine, avverato la sua vecchia visione artistica e La festa dell’insignificanza può essere ritenuto un riepilogo di tutta la sua produzione. Uno strano riepilogo e uno strano epilogo. Uno strano ridere, ai limiti del nonsense, suscitato dalla nostra era che è comica perché ha perso qualunque senso dell’umorismo, così come l’intellighenzia sovietica alle prese con la storiella di Stalin sulle ventiquattro pernici per cacciare le quali Stalin stesso aveva solo dodici cartucce. Secondo questa storiella, il leader comunista ne avrebbe uccise dodici e sarebbe poi tornato a casa a prendere altre dodici cartucce, per poi tornare di nuovo sul posto dove aveva trovato le pernici e constatare che le dodici sopravvissute erano rimaste lì ad aspettarlo, pronte a farsi uccidere (cosa che poi, secondo la storiella, sarebbe avvenuta). Chruščëv e gli altri fedelissimi di Stalin si indignarono perché, secondo loro, raccontando questa storia, Stalin avrebbe mentito, incapaci com’erano, avendo perso ogni forma di senso dell’umorismo, di capire che quella che era stata raccontata loro era solo una barzelletta. Che altro dire? Niente. Leggete!

Roma, 8 giugno

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