Simonetta Cesaroni: il 7 agosto ’90 l’omicidio senza colpevoli

Roma, 7 agosto 2014 – L’assassinio di Simonetta Cesaroni è ricordato come il delitto di Via Poma, fatto di cronaca nera avvenuto il 7 agosto 1990 a Roma. Nata il 5 novembre 1969 a Roma, viveva nel quartiere Don Bosco e dal 1988 era fidanza con Raniero Busco.

Nel 1990 ha iniziato a lavorare presso la Reli Sas, in zona Casilina, come segretaria e a partire dal 1° luglio 1990 ha lavorato, sotto proposta di Salvatore Volponi, anche come contabile per l’A.I.A.G. , nel quartiere Della Vittoria, in Via Poma 2. Un bell’edificio  formato da sei palazzine, con cortile e una fontana al centro. All’epoca il portiere era Pietro Vanacore.

La mattina del 7 agosto Simonetta Cesaroni è andata nella sede della Reli Sas e ha incontrato Volponi per discutere delle sue ferie. Nel pomeriggio è passata  all’A.I.A.G per sbrigare alcune pratiche. Intorno alle 15:00 è uscita di casa insieme alla sorella Paola e si è avviata alla fermata della metropolitana Subaugusta, impiegando più o meno 40 minuti per arrivare alla fermata Lepanto.

Grazie a questa informazione è stato possibile stabilire che la ragazza sia arrivata nell’edificio verso le 16:00. L’ultima sua notizia risale alle 17:35, quando ha ricevuto la chiamata di Luigia Berrettini. Intorno alle 18:20 avrebbe dovuto chiamare Volponi per dagli informazioni lavorative, ma la chiamata non è mai avvenuta.

Secondo gli inquirenti è da quel momento, dalla fine della chiamata con la Berrettini, che ha avuto inizio la tragedia:  Simonetta non era sola nell’ufficio e la persona presente era pericolosa dato che lei ha cercato di fuggire dalla stanza in cui stava lavorando alla stanza in cui è stata ritrovata morta. Dopo essere stata raggiunta, Simonetta Cesaroni è stata immobilizzata a terra ed è stata colpita per poi svenire. A questo punto l’assassino ha preso un tagliacarte e l’ha colpita 29 volte: sei colpi al viso, otto sul seno e sul ventre, quattordici dal basso ventre al pube. Le sono stati sottratti anche alcuni effetti personali, come i fuseaux, la giacca, gli slip, gli orecchini, un anello, un bracciale, un giracollo e le chiavi dell’ufficio.

I familiari non vedendola tornare a casa hanno iniziato a fare delle chiamate. Gli inquirenti l’hanno ritrovata nell’ufficio di Via Poma, supina, senza vita. Non sono stati trovati segni di colluttazione, tutto era in ordine, ma sulla maniglia della porta d’ingresso è stato ritrovato del sangue, attribuito a un uomo dopo le analisi.

Con l’immediato inizio delle indagini sono stati interrogati i portieri dello stabilimento, che hanno affermato di essere rimasti in cortile dalle 16:00 alle 20:00, portando i poliziotti a setacciare l’intero palazzo perché secondo tale testimonianza l’assassino non è potuto entrare dall’entrata principale. Il primo ad essere stato indagato è Pietro Vanacore, che nell’orario in cui Simonetta è stata uccisa, tra le 17:35 e le 18:30, non era insieme agli altri portieri. Ha aumentato i sospetti  il ritrovamento di tracce di sangue su un suo paio di pantaloni. Il caso è sembrato chiuso a quel punto, ma dopo 26 giorni di carcere l’uomo è stato messo in libertà perché attraverso un esame è risultato essere suo il sangue e dovuto alle emorroidi. A distanza di 20 anni, pochi giorni prima dell’udienza alla quale avrebbe dovuto testimoniare, si è tolto la vita.

Nel 1992 Roland Voller ha affermato di conoscere l’assassino:  diventato amico di Giuliana Ferrara (prima Giuliana Valle, moglie del figlio di Cesare Valle, architetto che viveva in Via Poma), ha dichiarato che la donna era molto preoccupata per il figlio e che il 7 agosto 1990 i due si sono sentiti e anche in quell’occasione Giuliana Ferrara ha manifestato di essere sconvolta perché il figlio Federico è tornato a casa sporco di sangue e con una ferita alla mano. Al ragazzo vengono sono stati forniti tre alibi, ma le indagini sono andate avanti.

Ma le indagini negli anni sono state compromesse e segnate da più errori. Oltre a non conoscere l’assassino non si è mai capito realmente il movente dell’omicidio: dalle chat line all’aggressione di un represso sessuale fino all’amore travolgente finito in tragedia.

Una volta prosciolti Vanacore e Valle è finito nel mirino della Procura di Roma Raniero Busco, all’epoca fidanzato di Simonetta. Gli indizi che hanno portato a lui sono la saliva del ragazzo e un morso ritrovato sul seno. Nel 2009 Busco è stato rinviato a giudizio e si è trovato a far fronte a un processo per l’omicidio dell’ex fidanzata. Nel 2011 è stato dichiarato colpevole, ma il 26 febbrai o 2014 è stato definitivamente assolto.

A ventiquattro anni di distanza il delitto di Simonetta Cesaroni è ancora un caso irrisolto e sembra destinato a restare tale.

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