Sopravvissuto ai campi di morte Nordcoreani racconta la sua storia

Roma 29 settembre 2014 – “Ora muoio, ho pensato questo quando le guardie mi hanno trascinato di fronte al campo delle esecuzioni. Dopo mesi di torture e isolamento, quella mattina ho pensato che stessero per uccidermi. Solo quando ho visto mia madre con una corda al collo, pronta per essere impiccata, e mio fratello legato ad un palo, pronto per essere fucilato, ho capito che non ero io quello che stavano per ammazzare. Sono morti poco dopo. Ma in quel momento non ho provato nessuna emozione. Anzi. Ho pensato che fosse giusto così. Del resto li avevo denunciati io agli agenti”.

In questo modo Shin Dong, unico sopravvissuto dei campi di morte nordcoreani, condivide con una giornalista del Corriere della Sera la sua drammatica esperienza nei Lagher dell’Estremo Oriente. La sua sofferenza, si racconta nell’intervista, sembra dipinta nel corpo attraverso il marchio indelebile delle cicatrici di un disastro.

“Il suo corpo è una cartina geografica dell’orrore. Le caviglie deformate dai ceppi per tenerlo appeso a testa in giù durante l’isolamento. La parte bassa della schiena e le natiche marchiate dalle ustioni. Le braccia piegate ad arco per i lavori forzati. Il dito medio della mano destra mozzato, punizione per avere fatto cadere una macchina da cucire. Il basso ventre forato dal gancio con cui le guardie l’avevano appeso sopra le fiamme, per torturarlo. Gli stinchi bruciati dal recinto elettrificato scavalcato durante la fuga”. sostiene Federica Seneghini nell’articolo che descrive il caso.

Shin Dong è infatti nato proprio là, nel Campo 14, assuefatto dalle regole di un Mondo che non ammette altra consapevolezza se non quella di essere destinato a nascere, vivere e morire nella stessa baracca, della stessa sezione, dello stesso campo.

Ogni cosa veniva ignorata. I detenuti non sapevano nemmeno se la terra fosse piatta o rotonda, se popolata e da chi, perseveravano nella credenza che il Lagher fosse l’unica forma di “Civiltà” possibile, e sotto questo credo, ognuno rispettava il suo ruolo con rigore e disciplina. D’altro canto, non erano ammessi errori. I tentativi di fuga venivano soppressi con la morte dei soggetti sorpresi a tramare contro le guardie armate. Questi, sacrificati ad esempio per i tanti, venivano eliminati all’istante, accusati di un unica colpa : il Desiderio di Vita.

Il ragazzo racconta che gli stessi “rivoluzionari” dovevano guardarsi le spalle non solo da chi li opprimeva ma anche da tutti gli altri : il premio per chi collaborava con le guardie per sventare ogni minaccia di evasione poteva essere un lusso a cui pochi desistevano. I prigionieri avrebbero fatto di tutto per ottenere anche solo una razione di cibo in più al giorno. Nessuno aveva scampo, incatenato in un sistema di idee che non permetteva altre interpretazioni.

“C’erano regole per ogni cosa”, sostiene lui. Pensate, i genitori del ragazzo, conosciutisi nel gulag, lo partorirono per errore. I rapporti sessuali nel Campo 14 erano concessi 5 volte all’anno solo nel caso in cui si presentassero azioni di buona condotta. Insomma, non era raro vendere al patibolo la propria amicizia, o addirittura il proprio padre per un po’ di sesso. In fondo l’esecuzione era considerata anche come un diversivo a cui i detenuti, sebbene obbligati, partecipavano volentieri per sfuggire alla monotonia delle giornate.

«Nessuno mi aveva mai spiegato perché stessi là dentro”, racconta. “Pensavo semplicemente che ci fossero persone nate con le armi e persone nate prigioniere, come me. Che il mondo fuori fosse uguale a quello dentro. Forse per questo non ho mai pensato di fuggire”.

L’idea di una possibile fuga, gli venne proposta da un prigioniero appena entrato nel campo. Il suo nome era Park. Fu costui infatti, il primo a raccontargli del Fuori, delle case illuminate, dei divertimenti e delle feste, di una vita vissuta da uomini liberi.

“Durante una ispezione, a scuola, una insegnante trovò in tasca a una bambina cinque chicchi di mais. Le ordinò di andarsi a mettere in ginocchio di fronte alla lavagna. Poi iniziò a picchiarla con una bacchetta. I bambini, avevamo nove anni, se ne stavamo lì a guardare. La testa e il naso della ragazzina iniziarono a sanguinare. Poi crollò a terra svenuta. Shin e i compagni la portarono a casa trascinandola per le braccia. Morì durante la notte.” scrive la Seneghini.A questo prezzo, Shin, non voleva più vivere.

Pochi giorni dopo redassero il piano. Il passo successivo era quello della fuga.

Il due gennaio 2005, Park venne fulminato dalla recinzione elettrica. Shin usò il suo corpo come scudo e una volta oltrepassato il confine, corruppe le guardie della corea per raggiungere la Cina e da lì Seul, dove si trasferì definitivamente. Da quando è un uomo libero, Shin è stato sottoposto al test della macchina della verità più volte. E il risultato è stato sempre lo stesso. Le cose che dice sono vere. Ora il ragazzo vive per testimoniare l’orrore che giace ancora oggi negli occhi di quelli che non hanno nome né forma reclusi nella prigionia di quei Campi cui il Governo Coreano ha sempre negato l’esistenza. Si stimano 200 mila persona rinchiuse nei Lagher, proprio adesso mentre si sta semplicemente seduti a leggere questo racconto.

Persone che muoiono per vivere, Persone che ignorano di esistere, Persone che restano prigioniere di una voglia di Libertà ancora da dipingere.

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