Roma da scoprire – l’Urbe quadrata e il Septimontio di Marco Terenzio Varrone

da Le strade di Roma
Incisione di Fabio Calvo

Roma da scoprire: l’Urbe quadrata e il Septimontio di Varrone. Dalle Mura Romulee alle Mura Serviane

In tre millenni di storia, la città di Roma ha subito numerosi mutamenti. Eppure, con la mano del tempo a forgiare, cancellare e poi sostituire i tratti caratteristici che le appartengono o le sono appartenuti, forse non tutti sanno che prima ancora dei più famosi sette colli – Aventino, Capitolino, Celio, Esquilino, Palatino, Viminale e Quirinale – l’Urbe fu eretta su quello che Marco Terenzio Varrone e il giurista M. Antistio Labeone chiamano il Septimontio: Palatium, Velia, Fagutal, Subura, Cermalus, Caelius, Oppius e Cispius.

Ma contando i nomi, ecco subito risaltare un’incongruenza: i nomi sono otto e non sette come farebbe presupporre il prefisso ‘Septi‘. E ancora: facendo riferimento alla localizzazione orografica, gli otto montes si riducono oltremodo a quattro, andando allora a costituire i pilastri della Roma quadrata, delimitata dalle Mura Romulee.

Con Palatium, si intende il Palatino, con Velia il colle attraversato da via dei Fori Imperiali, dove si trova S. Francesca Romana, con Fagutal la balza dell’Oppio, in S. Pietro in Vincoli, con Subura la falda e tutta la parte inferiore di quella che oggi è conosciuta come via Cavour. Dal Cermalus si ritorna di nuovo al Palatino, stavolta sul versante del Velabro. L’Oppius è invece l’Oppio, mentre con il Cispius ecco costituirsi la propaggine dell’Esquilino, oggi percorsa da via dei Quattro Cantoni.

Allora perché quel nome altisonante – Septimontio – quando addirittura Roma era pressoché quadrata e quindi teoricamente appoggiata sugli unici quattro montes di cui sopra?

La risposta ce la danno gli studiosi, in particolare ‘Le strade di Roma‘ di Sergio Delli, edito dalla Newton Compton editori s.r.l: septi montes infatti può essere tradotto in monti legati fra loro e che il termine singolo montes indicasse le comunità montane dell’epoca. Fatte le dovute distinzioni, dunque, è da tali promontori che presero forma i sette colli così come li conosciamo, insieme al Campidoglio, conteso da Romolo a Tito Tazio, e i colli sabini del Viminale e del Quirinale.

La città di Roma così composta arrivò a ricoprire 285 ettari di superficie, quando le Mura Romulee non sono già più sufficienti a contenerla.  La cinta difensiva è stretta e Servio Tullio, poco interessato ad allargarla,  si preoccupa di dare alla stessa in primis un’organizzazione amministrativa consona. Ed ecco dunque la divisione in Regiones della città: Suburana, Esquilina, Collina e Palatina. Saranno i primi rioni romani, il centro della città. Una struttura resisterà fino ad Augusto.

L’allargamento delle mura avverrà solo in epoca repubblicana, nel VI secolo, dopo l’invasione dei Galli. Un consolidamento che viene attribuito erroneamente allo stesso Servio Tullio: stiamo parlando delle Mura Serviane. Da un agglomerato di villaggi disposti su un terreno paludoso lungo il fiume Tevere durante il periodo del ferro fra il IX e VIII secolo, la città di Roma ora si estende su 426 ettari. Le mura della città si distendono per 11 km. In questo periodo vengono erette fabbriche e templi. Le strade più importanti vengono lastricate, mentre ne sorgono di nuove: nasce la via Appia. Dopo le guerre contro i barbari, Roma torna a spingersi fuori le mura – extra moenia usando la locuzione latina – tanto che la nuova cinta viene in poco tempo superata, in particolare dal lato di Campo Marzio. Ora Roma ha bisogno di un piano regolatore ed ecco l’idea di copiare i modelli delle città ellenistiche, facendo intervenire i maggiori architetti dell’epoca. Un lavoro che continuerà fino ad Augusto, il quale, dopo aver ricevuto una città in mattoni, potrà vantarsi di averne lasciata una ricoperta di marmo. Ma questo, come direbbe Federico Buffa, giornalista di Sky, è un’altra storia.


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