1958: finalmente il Brasile, Pelé diventa O’Rey. E per l’Italia è la “tragedia di Belfast”


1958: finalmente il Brasile, Pelé diventa O’Rey. E per l’Italia è la “tragedia di Belfast”


Svezia 1958: e finalmente è Brasile, il Brasile campione del Mondo. Col primo, leggendario, fenomeno del calcio moderno: Edson Arantes do Nascimento, per tutti Pelé, per tutti O’Rey, oggi un signore di 78 anni ambasciatore di sport nel mondo e icona del Pallone. Dopo di lui, solo Diego Armando Maradona. Dopo il Pibe de Oro, la corsa è aperta: Messi o Ronaldo? O nessuno dei due a quei livelli? Il Brasile in cima al Mondo batte in finale la Svezia del Barone Liedholm, di Gren, Hamrin e Skoglund 5-2.PELE’ ERA UN MATTO DI 17 ANNI, DA… SCARTAREDal diario di Pelé: “Nel 1970 in Messico, la finale contro l’Italia è stato il miglior momento della mia carriera, sapevo che sarebbe stato il mio ultimo mondiale e l’ho vinto. Nel ’58 in Svezia ero un diciassettenne un po’ matto: quando arrivai pensavo che tutti sapessero chi ero, chi eravamo. Invece i giornalisti mi chiedevano: chi sei? Sei argentino? Uruguayano? Da dove vieni? Così hanno imparato a conoscerci. La finale contro la Svezia è stata la partita più importante, per me”. Quel 17enne un po’ matto faceva cose che nessuno osava fare. Era stato scartato, in Patria, alle prove attitudinali: inadatto a sostenere una grande competizione e soprattutto a far parte di un gruppo che sta in ritiro per 40 giorni. Il ct Vicente Feola si era opposto a quei giudizio di esperti psicologi. “Io lo porto in Brasile lo stesso. Diventerà il migliore al Mondo”.STOP, PALLONETTO, DRIBBLING E GOLLa finale, il 29 giugno, a Stoccolma. La Svezia è in vantaggio, gol di Liedholm. Vavà segna due gol, il primo tempo si chiude col vantaggio brasiliano 2-1. Al 10′ della ripresa, il gol più visto/rivisto della storia dei Mondiali, fa il paio con la chilometrica volata di Maradona, palla al piede, verso il gol contro il Belgio nel 1986. In quel minuto 55′ di 60 anni fa, il 17enne Pelè riceve la palla da Nilton Santos in piena area svedese. La stoppa di petto evitando Gustavsson, fa rimbalzare la sfera a terra, con un pallonetto supera Axbom e al volo, roteando un po’ su se stesso, infila il portiere Svensson. Il pubblico applaude, anche quello svedese. La magica follia di un ragazzo destinato a diventare il Re si compie. Quel che dissero (dicono) di lui sta in queste tre frasi. Burgnich (lo marcava in Brasile-Italia 4-1 del ’70): “Prima della partita dicevo: è un uomo fatto di carne e ossa. Mi sbagliavo”. Puskas: “Per me il migliore calciatore della storia è stato Di Stefano. Pelé no, non posso definirlo un calciatore. Era troppo”. Nereo Rocco, in triestino: “Mi no credevo che un omo podessi far questo”.GARRINCHA, IL PIU’ AMATO E DANNATOGarrincha, Didì, Vavà, Pelé, Zagalo: dal numero 7 al numero 11 di quel Brasile che andava fiero del suo 4-2-4, i cinque funamboli del Pallone sono l’immagine di una squadra che in attacco vantava talenti come nessuno prima, né dopo. E se per il Mondo Pelé è diventato Re per restare tale, per i brasiliani le lacrime di spendono (ancora) per quello che loro ritengono il più grande e dannato dei talenti, Manoel Francisco Dos Santos, alias Mané Garrincha. Lui era la tecnica di calcio espressa al massimo livello, persino all’irrisione dell’avversario, il Brasile con Mané e Pelé in campo assieme ha giocato 40 partite, 36 vinte e 4 pareggiate, mai perso. Garrincha era del ’33, sette anni più di Pelé, è morto a soli 50 anni, col fegato a pezzi dopo una vita esagerata. Il più grande funambolo della storia del calcio è morto solo e senza soldi, in un ospedale di Rio de Janeiro. Dopo una vita popolata da centinaia di donne, un numero imprecisato di figli, ettolitri di cachaça e un’infinità di dribbling.ITALIANI, DOVE SIETE? L’IRLANDA IERI, LA SVEZIA OGGIFino al 13 novembre 2017, la “tragedia di Belfast” era il peggio che il calcio italiano avesse esibito nella storia della Nazionale. Una “tragedia” consumata nell’ultima gara del girone di qualificazione composto da Italia, Irlanda del Nord e Portogallo. Nell’ultima partita a Belfast il 15 gennaio 1958, agli azzurri sarebbe bastato il pareggio per andare ai Mondiali, ma incapparono nel freddo, nel fango, nella pioggia irlandesi e nella ve

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