Proposta per una ripartenza delle imprese culturali


Nella settimana che si sta concludendo, in attesa dell’approvazione del DL. maggio (ex aprile) giungono buone notizie per i lavoratori dello spettacolo come l’inclusione nel sussidio degli intermittenti e l’estensione degli ammortizzatori sociali per ulteriori nove settimane. Mentre dal sapore più populista che strategico, arriva il simbolico sostegno a pioggia di 20ml.

Ma il futuro dei lavoratori che non appartengono al teatro pubblico, non è al sicuro perché non dipenderà dai provvedimenti a tampone ma dagli investimenti privati che costituiscono la linfa vitale del sistema. Infatti rimane intatto lo sconforto delle imprese culturali private e della filiera produttiva sottostante: la liquidità è finita, la riapertura indeterminata.

Il DL Liquidità appare più consono al sistema bancario che alle imprese del comparto culturale che avrebbero bisogno con urgenza di un finanziamento a fondo perduto; in mancanza di questo si renderebbe necessaria almeno l’estensione della garanzia dello Stato verso le banche dal 90 al 100% per facilitarne l’accesso al credito.

Questa incertezza crea molta tensione in un settore che già ante virus non godeva di ottima salute. Il teatro privato non si improvvisa, vive di e per il pubblico. Pertanto ha bisogno di tempo per riavviarsi. Gli spettatori vanno riportati in sala recuperando la loro fiducia. Tra l’altro i previsti accessi contingentati impediranno l’apertura di molti teatri che coprono i costi con la sola vendita dei biglietti. L’offerta teatrale prediligerà monologhi o testi a due, ben distanziati, lasciando a casa molti lavoratori dello spettacolo.

Ricordiamo che le imprese culturali private hanno un ruolo prevalente, nel determinare il sostegno dell’occupazione, rispetto al teatro pubblico ed hanno una incidenza determinante sul fatturato dell’indotto, oltre al valore della loro funzione d’interesse pubblico. Dati INPS del 2019 indicano in circa 280.000 i lavoratori dello spettacolo più una quota non facilmente quantificabile. Sono migliaia di famiglie che temono il peggio.

L’incapacità del settore, di dotarsi di un coordinamento politico nazionale in grado di rappresentare efficacemente le proprie istanze ne determina l’invisibilità. Questa crisi potrebbe generare quella solidarietà indispensabile per superare la triste contrapposizione tra pubblico e privato, tra tutelati ed esclusi dal FUS; come se questa distinzione avesse senso a parità di attività.

Dunque cosa fare per garantire sicurezza, dignità e futuro allo spettacolo dal vivo?

Semplice: individuare da dove nasce il lavoro. I motori dell’occupazione sono i teatri, cardini della filiera produttiva. In Italia ce ne sono circa 1250 operativi, di questi circa 750 non hanno alcun sostegno dal FUS. Perché rinunciare alla loro valorizzazione? Si tratta di un patrimonio della memoria, di inestimabile valore da tutelare con intelligenza.

Dal 23 febbraio questa infrastruttura è stata congelata. Le imprese non possono onorare i debiti connessi agli investimenti interrotti. La riapertura sarà molto onerosa per: gestire i protocolli di sicurezza, la riduzione dei posti vendibili (accesso contingentato), il recupero della fiducia del pubblico e il riavvio delle produzioni.

Un vero dramma.

Il Governo può fare la differenza.

Nel medio termine può studiare l’inquadramento del nuovo contesto socio economico e fare una legge idonea, attesa da molti anni dal settore.

Nel brevissimo termine, può fare tre scelte coraggiose e illuminate:

1) per sollevare le imprese dal deficit, nato dallo stop forzato, deliberare la nascita di un “Fondo di salvataggio” che operi a fondo perduto;

2) per rilanciare la produzione, estendere la garanzia dello Stato dal 90 al 100% verso le banche; estendere il Tax Credit interno esterno con aliquota del 100% e tetto su investimento, alle imprese teatrali.

3) per dare lavoro immediato alle masse artistiche e tecniche avviare la costruzione di una library del teatro in video. Valorizzando, ampliando, la proposta del Ministro Franceschini.

A tal fine non esiste ancora un mercato e va creato. In questa fase, ispirandoci a quanto fatto per il rilancio del Cinema, il servizio pubblico può essere la soluzione.

Si apra RAI-Teatro con un budget di 200ml in tre anni.

Come d’incanto avremo le condizioni per creare valore e mantenere l’occupazione stabile. Sarebbe una vera rivoluzione.

Sia chiaro che il teatro in video è una proposta in sinergia alla produzione dal vivo che resta insostituibile.

Salviamo l’infrastruttura produttiva italiana senza indebitarla ulteriormente, con un pensiero che sappia guardare lontano, indispensabile per un futuro sostenibile.

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Fonte:Viva il teatro

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